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23. Pensiero critico: "Dubitare, verificare e correggersi per avvicinarsi alla realtà.

Immagine del redattore: Francesco Riggio
Francesco Riggio
6 set
Tempo di lettura: 6 min

23. Pensiero critico

Dubitare, verificare e correggersi per avvicinarsi alla realtà.

 

«Un uomo saggio proporziona la propria credenza all'evidenza.» David Hume.

 

«Non devi credere a tutto, ma neppure dubitare di tutto: devi imparare a concedere a ogni idea esattamente la fiducia che le prove permettono.» Il Libro Ancestrale.

 

La mente umana desidera certezze, sapere che cosa è vero, chi ha ragione, quale spiegazione accettare e che cosa accadrà rende il mondo apparentemente più semplice, la realtà, però, non sempre ci offre questa comodità: possediamo informazioni incomplete, possiamo interpretare male ciò che osserviamo, i ricordi possono essere imprecisi, le testimonianze possono essere sincere ma sbagliate e perfino convinzioni condivise da moltissime persone possono rivelarsi false, per questo una mente razionale deve conservare la possibilità di dubitare.


Il dubbio non serve a negare ciò che incontriamo, ma a ricordarci che potremmo avere torto; è lo spazio che lasciamo aperto affinché la realtà possa ancora correggere ciò che pensiamo.


Quando le informazioni non sono sufficienti, sospendere il giudizio o pronunciare un semplice «non lo so» può essere molto più razionale che riempire l'ignoranza con una certezza inventata.


Dubitare, tuttavia, non significa trasformare lo scetticismo nella negazione sistematica di tutto, una mente credulona accetta troppo facilmente, ma una mente cinica può commettere l'errore opposto e rifiutare tutto troppo facilmente.


Il vero scetticismo non dice «non credo a niente», ma domanda: «quali ragioni possiedo per crederlo?».


Questo criterio deve essere applicato tanto alle idee ufficiali quanto a quelle alternative: una convinzione non diventa vera perché sostenuta dalla maggioranza, da un'autorità o da una tradizione, ma non diventa vera neppure perché è anticonformista, minoritaria o contraria alla conoscenza dominante.


Anche il desiderio di sentirsi più indipendenti degli altri può diventare un pregiudizio, allo stesso modo, affidarsi ciecamente agli esperti sarebbe irrazionale, ma lo sarebbe anche considerare equivalente l'opinione di chiunque alla conoscenza di chi ha dedicato anni allo studio di un determinato problema.


Non possiamo verificare personalmente tutta la conoscenza umana: dobbiamo quindi imparare a valutare competenza, metodo, indipendenza delle fonti, controlli e qualità delle prove.


Il punto centrale diventa allora l'evidenza, non tutte le prove possiedono lo stesso valore: un'impressione, una testimonianza, un'esperienza individuale, uno studio isolato e numerosi studi indipendenti e convergenti non dovrebbero produrre in noi lo stesso grado di fiducia.


Anche dire «esiste uno studio» significa molto poco se non sappiamo come sia stato condotto, su quante persone, con quali controlli, quali misurazioni, quali limiti e se i risultati siano stati replicati.


Le prove non devono soltanto essere contate, ma pesate: cento siti che ripetono la stessa informazione potrebbero derivare tutti dalla medesima fonte, mentre molte testimonianze sincere non sostituiscono necessariamente un esperimento ben progettato quando vogliamo stabilire una relazione causale.


Più un'affermazione è straordinaria e più importanti sarebbero le conseguenze di credervi, maggiore dovrebbe essere la solidità delle prove richieste.


Anche l'esperienza personale possiede valore, ma deve essere interpretata con prudenza: «è successo a me» non equivale a «funziona così per tutti».


Se assumiamo un rimedio e successivamente stiamo meglio, il miglioramento appartiene realmente alla nostra esperienza, ma non abbiamo ancora dimostrato che sia stato necessariamente quel rimedio a produrlo.


Il problema avrebbe potuto migliorare spontaneamente, potrebbero essere cambiate contemporaneamente altre condizioni, oppure potremmo aver osservato una normale oscillazione dei sintomi.


La stessa cautela vale nella vita: una strategia professionale che ha funzionato per noi non diventa automaticamente la migliore per tutti; essere stati traditi da alcune persone non dimostra che nessuno sia affidabile; conoscere qualcuno vissuto a lungo nonostante abitudini dannose non rende quelle abitudini salutari.


La nostra esperienza è una parte autentica della realtà, ma non rappresenta necessariamente tutta la realtà.


Uno degli errori più frequenti nasce proprio dalla nostra tendenza a confondere successione, associazione e causalità: se A accade prima di B, non significa necessariamente che A abbia causato B; se due fenomeni aumentano o diminuiscono insieme, non significa automaticamente che uno produca l'altro.


Potrebbe esistere una terza variabile che influenza entrambi, la direzione causale potrebbe essere opposta a quella immaginata, i due fenomeni potrebbero influenzarsi reciprocamente, oppure l'associazione potrebbe essere dovuta almeno in parte al caso.


Una correlazione può certamente essere l'indizio di una causa reale, ma da sola non basta a dimostrarla, cercare le cause è fondamentale perché conoscere la causalità permette di intervenire sulla realtà; proprio per questo non dovremmo attribuirle con leggerezza.


Dove non possiamo raggiungere la certezza, dobbiamo imparare a pensare in termini di probabilità, possibile e probabile non sono sinonimi, un evento può essere possibile e contemporaneamente estremamente improbabile; un evento molto probabile può comunque non verificarsi.


Una probabilità non è una profezia e una buona decisione non garantisce un buon risultato, possiamo adottare uno stile di vita prudente e ammalarci, oppure comportarci in modo rischioso e avere fortuna; possiamo preparare accuratamente un progetto e fallire, oppure prendere una cattiva decisione e ottenere accidentalmente un risultato positivo.


Non dovremmo quindi giudicare sempre la qualità delle decisioni soltanto attraverso ciò che è accaduto dopo, una scelta razionale utilizza nel modo migliore le informazioni disponibili prima di conoscere il risultato, questo significa accettare che una parte della vita rimarrà incerta.


Non sappiamo esattamente che cosa accadrà domani, quanto durerà una relazione, se un investimento produrrà il risultato desiderato, come evolverà ogni problema o quali conseguenze lontane avranno le nostre decisioni, possiamo informarci, prepararci, ridurre i rischi e aumentare le probabilità favorevoli, ma non eliminare completamente l'imprevisto.


Tra «vero» e «falso», «certo» e «impossibile», esiste un territorio molto più ampio: altamente probabile, probabile, plausibile, incerto, improbabile, estremamente improbabile.


Una delle forme più mature di conoscenza consiste proprio nel sapere quanto sappiamo: distinguere ciò che conosciamo con grande sicurezza, ciò che riteniamo probabile, ciò che consideriamo soltanto possibile e ciò che semplicemente non sappiamo.


Il pensiero critico richiede inoltre una regola difficile: utilizzare possibilmente lo stesso metro anche quando le conclusioni non ci piacciono, infatti, siamo spesso molto severi con le prove che contraddicono ciò che crediamo e sorprendentemente indulgenti con quelle che lo confermano.


Possiamo controllare minuziosamente una notizia contraria alle nostre idee e condividere immediatamente quella che ci dà ragione; pretendere studi rigorosi per una terapia che non ci convince e accontentarci di una testimonianza quando sostiene ciò che speravamo fosse vero.


Il dubbio più importante, quindi, non è quello che rivolgiamo agli altri, ma quello che siamo capaci di rivolgere alle nostre convinzioni, soprattutto quando coincidono perfettamente con i nostri desideri.


Questo non significa vivere paralizzati dalla verifica, non abbiamo bisogno di un'indagine scientifica prima di compiere ogni gesto quotidiano e non possiamo aspettare informazioni perfette prima di prendere ogni decisione, il livello di verifica dovrebbe essere proporzionato all'affermazione e alle conseguenze dell'errore.


Prima di credere che un amico abbia comprato un paio di scarpe possiamo accontentarci della sua parola; prima di prendere una decisione importante sulla salute, sul denaro o sulla sicurezza è ragionevole pretendere prove molto migliori.


Quando dobbiamo comunque decidere senza possedere tutte le informazioni, possiamo utilizzare la migliore evidenza disponibile riconoscendone i limiti, ed è proprio qui che compare una delle capacità più importanti di una mente libera: cambiare idea.


Correggersi non significa essere incoerenti, se una convinzione nasce dalle informazioni che possediamo oggi, nuove informazioni possono ragionevolmente modificarla domani.


Imparare significa anche permettere alla realtà di trasformare ciò che pensavamo di sapere.


L'incoerenza consiste nel cambiare criterio soltanto quando ci conviene; la correzione consiste invece nel riconoscere che le ragioni precedenti non sono più sufficienti e adattare le nostre idee alle informazioni migliori.


Una mente che non cambia mai idea non dimostra necessariamente forza: potrebbe semplicemente avere smesso di imparare.


Per questo dovremmo poterci chiedere, almeno davanti alle convinzioni importanti: «che cosa potrebbe farmi cambiare idea?».


Se la risposta è «nulla», quella convinzione non è più realmente aperta al confronto con la realtà.


Il pensiero critico non consiste nell'essere indecisi per sempre, ma nel mantenere le nostre conclusioni proporzionate alle prove: alcune potranno essere deboli e provvisorie, altre così solidamente sostenute da meritare una fiducia molto elevata.


Possiamo agire sulla base della migliore conoscenza disponibile senza trasformarla in un dogma e possiamo dire «non lo so» senza rinunciare a cercare.


La scienza stessa deve una parte della propria forza proprio a questa possibilità di correggere le conclusioni quando emergono evidenze migliori.


Il pensiero critico non ti chiede quindi di credere meno, ma di credere meglio.


Dubita quando esistono ragioni per dubitare, cerca prove quando la questione lo richiede, distingui esperienza da regola, correlazione da causa, possibilità da probabilità, conoscenza da supposizione e convinzione da certezza, poi decidi sulla base di ciò che possiede le ragioni migliori per essere considerato vero, conservando abbastanza umiltà da correggerti quando la realtà ti mostrerà qualcosa di migliore.


Non adattare la realtà alle tue convinzioni, lascia che siano le tue convinzioni, quando necessario, ad adattarsi alla realtà.



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