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47. Cadere e rialzarsi: "Impara dal fallimento, persevera quando ha senso e trova il coraggio di cambiare strada quando non ne ha più".

Immagine del redattore: Francesco Riggio
Francesco Riggio
14 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

47. Cadere e rialzarsi

Impara dal fallimento, persevera quando ha senso e trova il coraggio

di cambiare strada quando non ne ha più.



«Ciò che ostacola l'azione favorisce l'azione, ciò che si frappone al cammino diventa il cammino.» Marco Aurelio.

 

«La forza non consiste nel non cadere mai, né nel continuare sempre e nel comprendere la caduta, rialzarsi quando è possibile e riconoscere quando il prossimo passo deve essere compiuto in una direzione diversa.» Il Libro Ancestrale.

 

Nessuna vita procede senza fallimenti, perdite, errori, ostacoli e strade che si rivelano diverse da come le avevamo immaginate.


Possiamo fallire un progetto, un'impresa, un esame, un investimento o una relazione; possiamo dedicarci per anni a qualcosa e scoprire che non conduce dove speravamo, ma un risultato fallito non rende fallita una persona; dire «questo tentativo non ha funzionato» descrive un evento; dire «io sono un fallito» trasforma arbitrariamente quell'evento in un'identità.


Il fallimento deve essere osservato per ciò che è realmente, senza negarlo e senza romanticizzarlo, e non esiste alcuna legge secondo cui una grande sconfitta debba preparare una grande vittoria, a volte qualcosa semplicemente non funziona e produce una perdita reale.


Possiamo però evitare che quella perdita sia completamente sterile chiedendoci non «che cosa c'è di sbagliato in me?», ma «che cosa non ha funzionato?».


L'idea era sbagliata?


La preparazione insufficiente?


Il momento inadatto?


La strategia inefficace?


Le risorse limitate?


Sono cambiate le condizioni?


Oppure abbiamo incontrato circostanze che non potevamo ragionevolmente prevedere?


Comprendere le cause trasforma almeno una parte dell'insuccesso in informazione.


Da questa analisi nasce una delle capacità più difficili da sviluppare: distinguere la perseveranza dall'ostinazione, molti risultati importanti richiedono tempo: imparare una professione, costruire un'impresa, sviluppare una competenza o modificare profondamente un'abitudine comporta inevitabilmente periodi nei quali i risultati sembrano inferiori allo sforzo.


Abbandonare tutto alla prima difficoltà ci condannerebbe a rimanere eternamente principianti, perseverare significa quindi saper continuare quando esistono ancora buone ragioni per farlo, ma continuare non è sempre una virtù.


La realtà non possiede alcun obbligo di ricompensare la nostra fatica, infatti, possiamo lavorare duramente nella direzione sbagliata e continuare a ottenere risultati negativi.


La perseveranza intelligente deve quindi incontrare periodicamente l'evidenza: esistono segnali di progresso?


Le probabilità di raggiungere l'obiettivo rimangono ragionevoli?


Il risultato vale ancora il tempo, il denaro e le energie necessari?


A volte non dobbiamo abbandonare la destinazione, ma soltanto la strada utilizzata per raggiungerla.


Se un prodotto non viene acquistato possiamo modificarne caratteristiche, prezzo o comunicazione prima di abbandonare l'impresa; se una strategia continua a fallire possiamo sostituirla mantenendo lo stesso obiettivo.


Perseverare non significa ripetere indefinitamente la stessa azione aspettando che sia la realtà a cambiare, esistono però momenti nei quali è l'obiettivo stesso a dover essere abbandonato.


Una possibilità può essere diventata irrealistica, eccessivamente costosa, incompatibile con i nostri valori, oppure semplicemente non desiderabile per la persona che siamo diventati, in questi casi smettere non rappresenta necessariamente una sconfitta: può essere una forma di intelligenza.


Uno degli ostacoli più potenti a questa decisione è rappresentato dai costi sommersi: tempo, denaro, energie e sacrifici che abbiamo già investito e che non possiamo recuperare.


«Ho dedicato dieci anni a questo progetto, quindi non posso abbandonarlo.»


Ma quei dieci anni sono già trascorsi, qualunque decisione prendiamo oggi, continuare soltanto per giustificare ciò che abbiamo già speso rischia di aggiungere una nuova perdita alla precedente.


Una domanda può aiutarci a vedere più chiaramente: se incontrassi oggi questa situazione per la prima volta, conoscendo tutto ciò che conosco adesso, sceglierei ancora di investirvi il mio prossimo anno, il mio prossimo euro o le mie prossime energie?


Il passato deve essere utilizzato come informazione, non come catena, ciò che abbiamo vissuto può averci lasciato competenze, relazioni, esperienza e conoscenza; altre volte avremo semplicemente perso qualcosa.


Non dobbiamo inventare un significato positivo per ogni sconfitta, la maturità consiste anche nel riconoscere una perdita senza permetterle di produrne continuamente altre.


È qui che entra in gioco la resilienza, essere resilienti non significa essere invulnerabili, una separazione può ferirci, un fallimento può farci dubitare di noi stessi, una perdita può disorientarci e un progetto distrutto può richiedere tempo prima che siamo pronti a costruirne un altro.


Rialzarsi non significa fingere che la caduta non abbia fatto male, bensì impedire che quella caduta decida definitivamente la direzione della nostra vita.


Talvolta non torneremo nemmeno come eravamo prima, alcune esperienze modificano realmente una persona e determinate condizioni non possono essere recuperate; la resilienza non consiste necessariamente nel ripristinare il vecchio equilibrio, ma nel costruirne uno nuovo.


Da qui nasce il ricominciare, non si riparte veramente da zero: si riparte da dove siamo.


Abbiamo un'età, una storia, conseguenze, risorse rimaste, conoscenze acquisite e possibilità che possono essere diverse da quelle di prima.


Alcune porte potrebbero essersi chiuse definitivamente, ma una porta chiusa non coincide con la fine dell'intero edificio, il passato influenza le condizioni nelle quali possiamo agire, ma non determina completamente tutto ciò che potrà ancora accadere.


Ricominciare significa allora domandarsi: «Che cosa posso costruire da qui?».


Non richiede necessariamente una rivoluzione improvvisa, può iniziare da una telefonata, una domanda inviata, un'abitudine interrotta, una nuova ora di studio, una spesa eliminata, una conversazione affrontata o una prima azione concreta verso una nuova direzione.


Il futuro non cambia perché dichiariamo di voler cambiare: cambia quando il comportamento presente comincia a essere diverso da quello passato.


Occorre tuttavia evitare anche la fuga travestita da nuovo inizio, se abbandoniamo continuamente lavori, relazioni, progetti e percorsi appena diventano difficili, potremmo non stare ricominciando: potremmo semplicemente ripetere lo stesso schema in luoghi differenti.


Per questo prima di continuare o abbandonare dobbiamo interrogarci con lucidità, non fermarti soltanto perché è difficile, ma non continuare soltanto perché hai iniziato.


La saggezza consiste nel possedere entrambe le capacità: abbastanza perseveranza da attraversare le difficoltà che meritano di essere attraversate e abbastanza libertà da lasciare una strada quando le ragioni per percorrerla non esistono più.


Ci saranno momenti nei quali la forza consisterà nel compiere ancora un passo, altri nei quali consisterà nel fermarsi, e altri ancora nei quali dovremo accettare di essere caduti, curare ciò che la caduta ha ferito e scegliere una strada completamente nuova.



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