46. Senso di colpa: "Utilizzalo per correggerti, non per condannarti".

46. Senso di colpa
Utilizzalo per correggerti, non per condannarti.
«La colpa è utile finché ti indica ciò che devi riconoscere, riparare o cambiare; quando continua a punirti dopo che hai fatto tutto ciò che potevi, non sta più correggendo il passato: sta soltanto consumando il presente.» Il Libro Ancestrale.
Il senso di colpa nasce quando riconosciamo, o crediamo di riconoscere, una distanza tra ciò che abbiamo fatto e ciò che avremmo dovuto fare.
Abbiamo mentito, ferito qualcuno, violato una promessa, trascurato una responsabilità, oppure scelto consapevolmente qualcosa che consideriamo sbagliato, in questi casi il disagio che proviamo non è necessariamente un nemico da eliminare: può rappresentare un segnale importante, se fossimo completamente indifferenti alle conseguenze delle nostre azioni, sarebbe molto più difficile correggerle.
La colpa possiede quindi una funzione quando orienta verso la responsabilità, ci costringe a guardare ciò che preferiremmo ignorare e può spingerci a chiedere scusa, riparare un danno, modificare un comportamento o evitare di ripetere lo stesso errore; il problema nasce quando smette di essere un'indicazione e diventa una condanna permanente.
Esiste una differenza importante tra dire «ho fatto qualcosa di sbagliato» e concludere «devo soffrire indefinitamente per ciò che ho fatto»; la prima affermazione può produrre cambiamento; la seconda può trasformare il dolore in una sorta di espiazione senza fine.
Ma soffrire più a lungo non modifica automaticamente il passato e non restituisce necessariamente qualcosa alla persona che abbiamo danneggiato, in alcuni casi può perfino diventare un modo per rimanere concentrati su noi stessi invece di affrontare ciò che sarebbe realmente utile fare.
Quando il senso di colpa è fondato, la prima domanda dovrebbe essere concreta: che cosa posso riparare?
Talvolta possiamo restituire ciò che abbiamo sottratto, correggere una falsità, chiedere scusa, mantenere tardivamente un impegno, risarcire un danno o cambiare il modo in cui trattiamo una persona.
Una riparazione autentica non garantisce il perdono, chi abbiamo ferito conserva il diritto di non fidarsi più di noi, di mantenere una distanza o perfino di interrompere la relazione, assumersi la responsabilità significa anche accettare che alcune conseguenze non siano sotto il nostro controllo.
Esistono però errori che non possono essere riparati completamente, una parola non può essere ritirata dalla storia, un'occasione perduta può non tornare, una persona potrebbe non essere più presente per ricevere le nostre scuse, in questi casi la responsabilità deve assumere un'altra forma: imparare abbastanza dall'errore da modificare il comportamento futuro, se non puoi più correggere ciò che hai fatto ieri, puoi almeno impedire che quella esperienza venga sprecata ripetendola domani.
Questo non significa perdonarsi immediatamente attraverso una formula rassicurante, alcuni errori richiedono tempo per essere elaborati, significa però riconoscere che il fine della colpa dovrebbe essere la trasformazione, non l'autodistruzione, (una persona che ha realmente compreso un proprio comportamento dovrebbe diventare progressivamente meno capace di ripeterlo).
Occorre inoltre verificare se la colpa sia realmente fondata, possiamo sentirci colpevoli anche per cose delle quali non siamo responsabili, chi è stato educato a soddisfare continuamente gli altri può sentirsi in colpa semplicemente dicendo di no; chi ha interiorizzato aspettative familiari molto rigide può provare colpa scegliendo una vita differente; chi sopravvive a un evento nel quale altri sono morti può domandarsi perché sia toccato proprio a lui, pur non avendo causato nulla.
L'intensità della colpa non dimostra quindi l'esistenza della responsabilità, quando compare, bisogna tornare ai fatti: che cosa ho realmente fatto?
Quali conseguenze erano prevedibili?
Quanto controllo possedevo?
Quali alternative avevo?
Sto giudicando la decisione utilizzando informazioni che possiedo soltanto oggi?
Queste domande permettono di distinguere la responsabilità reale dalla tendenza a sentirsi responsabili di tutto, il giudizio retrospettivo può infatti essere ingannevole.
Essere responsabili significa valutare anche ciò che era ragionevolmente conoscibile nel momento della scelta, non pretendere da noi stessi una capacità di prevedere il futuro che nessun essere umano possiede.
Questo non deve diventare un alibi, a volte «non potevo sapere» è vero; altre volte non abbiamo voluto sapere, abbiamo ignorato segnali evidenti, oppure abbiamo accettato un rischio che non avremmo dovuto accettare.
La Ragione serve precisamente a distinguere queste situazioni, senza assolverci automaticamente e senza condannarci automaticamente.
Il passato deve conservare il diritto di insegnarti, non necessariamente quello di torturarti, puoi ricordare ciò che hai fatto senza approvarlo, puoi provare dispiacere senza trasformarlo in odio verso te stesso, puoi accettare che alcune conseguenze rimangano e continuare comunque a costruire una vita migliore.
Liberarsi dalla colpa inutile non significa dichiararsi innocenti; significa utilizzare fino in fondo la parte utile della responsabilità e poi smettere di confondere la sofferenza con la riparazione.
Quando senti colpa, chiediti dunque: esiste qualcosa che devo riconoscere?
Qualcuno a cui devo chiedere scusa?
Un danno che posso riparare?
Un comportamento che devo cambiare?
Se la risposta è sì, agisci, se invece hai già fatto tutto ciò che ragionevolmente potevi fare, lascia che l'errore rimanga nella tua memoria come insegnamento, non come sentenza, perché la responsabilità guarda al passato per imparare come vivere meglio il futuro; la condanna infinita continua invece a sacrificare il futuro a qualcosa che il passato non potrà più restituire.

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