30. Preghiera: "Trasforma la richiesta in dialogo interiore e azione".

30. Preghiera
Trasforma la richiesta in dialogo interiore e azione.
«Prega come se tutto dipendesse da Dio. Lavora come se tutto dipendesse da te.» Sant'Agostino.
«La preghiera diventa più concreta quando, dopo aver chiesto che qualcosa cambi, ti domandi quale parte di quel cambiamento dipenda anche da te.» Il Libro Ancestrale.
La preghiera accompagna l'umanità da tempi antichissimi, persone appartenenti a culture, religioni e tradizioni differenti hanno pregato per chiedere protezione, guarigione, fortuna, perdono, forza, pace, pioggia, vittoria, amore o salvezza; altre hanno utilizzato la preghiera per ringraziare, contemplare, ricordare i morti o cercare un rapporto con ciò che consideravano divino.
Anche chi non possiede una fede religiosa può conoscere qualcosa di simile: nei momenti di paura, impotenza o dolore, la mente tende spontaneamente a formulare desideri, richieste e domande rivolte alla vita, al destino, alla natura, a una persona scomparsa o semplicemente a sé stessa.
Prima ancora di domandarci se la preghiera possa modificare eventi esterni, possiamo quindi riconoscerla come un fenomeno umano reale, antico e psicologicamente significativo.
Il problema nasce quando alla preghiera viene attribuito automaticamente un potere causale che non siamo in grado di dimostrare.
Desiderare intensamente che un evento accada non significa produrlo; formulare una richiesta non garantisce che esista qualcuno disposto o capace di esaudirla.
Quando una preghiera sembra ricevere risposta, inoltre, dobbiamo ricordare quanto sia facile riconoscere le coincidenze favorevoli e dimenticare le moltissime richieste rimaste senza esito.
Una guarigione avvenuta dopo una preghiera non dimostra, da sola, che la preghiera ne sia stata la causa, così come un peggioramento non dimostra il contrario.
Se vogliamo formulare affermazioni sul mondo, dobbiamo applicare alla preghiera gli stessi criteri di causalità, evidenza e probabilità utilizzati per qualsiasi altro fenomeno.
Questo non obbliga però a considerare inutile ogni forma di preghiera, infatti, una pratica può possedere valore senza produrre necessariamente l'effetto soprannaturale che qualcuno le attribuisce.
Fermarsi, raccogliere i pensieri, formulare ciò che si desidera, riconoscere ciò che ci spaventa e ricordare ciò che consideriamo importante può trasformare la preghiera in una particolare forma di dialogo interiore.
A volte non comprendiamo pienamente ciò che desideriamo finché non proviamo a esprimerlo, dire: «dammi la forza di affrontare questa situazione» può diventare l'occasione per riconoscere che abbiamo paura; chiedere «aiutami a perdonare» può mostrarci quanto rancore stiamo ancora portando; pregare per una persona può ricordarci che potremmo anche telefonarle, sostenerla o compiere qualcosa di concreto per lei.
La preghiera può così trasformarsi da delega ad assunzione di responsabilità, se chiedi di trovare un lavoro, puoi anche domandarti quante candidature hai inviato, quali competenze potresti migliorare e quali possibilità non hai ancora esplorato.
Se chiedi che una relazione migliori, puoi osservare il tuo modo di comunicare e chiederti quale conversazione continui a evitare.
Se desideri salute, puoi accompagnare la speranza con comportamenti ragionevoli, prevenzione e cure appropriate.
Se chiedi un mondo più giusto, puoi interrogarti sul contributo, anche minuscolo, che il tuo comportamento offre alla realtà che desideri.
La preghiera, in questa prospettiva, non sostituisce l'azione: la prepara, la orienta o la accompagna.
Esistono naturalmente situazioni nelle quali possiamo fare pochissimo, una persona amata è gravemente malata, qualcuno si trova lontano da noi, un evento è già accaduto, oppure stiamo affrontando qualcosa che non dipende dal nostro controllo.
In questi momenti pregare può offrire una struttura attraverso la quale esprimere speranza, paura, gratitudine o dolore.
Non dobbiamo necessariamente trasformare ogni esperienza umana in uno strumento produttivo, anche raccogliersi interiormente può avere valore, ma proprio quando siamo impotenti è importante distinguere ciò che la preghiera può significare per noi da ciò che possiamo affermare con certezza che stia accadendo fuori di noi.
La preghiera può inoltre assumere una forma contemplativa, non soltanto chiedere, ma ascoltare; non necessariamente una voce proveniente dall'esterno, bensì ciò che emerge quando interrompiamo temporaneamente il rumore delle nostre attività.
In questo senso può avvicinarsi ad alcune forme di meditazione, pur non coincidendo necessariamente con esse; la meditazione può osservare pensieri e sensazioni senza formulare richieste; la preghiera può invece essere intenzionalmente orientata verso una domanda, un ringraziamento, un valore o un interlocutore concepito come divino.
Entrambe, quando praticate con equilibrio, possono creare uno spazio nel quale osservare con maggiore chiarezza ciò che normalmente viene coperto dalla fretta.
Per chi crede in Dio, la preghiera può naturalmente possedere un significato ulteriore e profondamente personale.
Una filosofia razionale non ha bisogno di deridere questa esperienza, né di fingere di poter risolvere con poche frasi una questione metafisica che accompagna l'umanità da millenni, può però mantenere una distinzione fondamentale: la fede può attribuire alla preghiera un significato religioso, mentre stabilire empiricamente se e come un'entità divina intervenga negli eventi naturali è una questione differente.
Dove non possediamo evidenze sufficienti, la posizione più rigorosa non è proclamare ciò che non sappiamo, ma riconoscere il confine tra convinzione personale e conoscenza verificata.
Questo confine protegge anche da una conseguenza particolarmente crudele di alcune interpretazioni della preghiera: attribuire alla persona che soffre la responsabilità di non aver pregato abbastanza, di non aver avuto sufficiente fede o di aver formulato male la propria richiesta.
Se due persone pregano per guarire e una migliora mentre l'altra muore, non possediamo alcun fondamento per concludere che la seconda abbia desiderato meno intensamente la vita.
Trasformare ogni risultato positivo in premio spirituale e ogni tragedia in insufficienza personale significa aggiungere colpa alla sofferenza.
Allo stesso modo, la preghiera non dovrebbe diventare una scusa per rinunciare agli strumenti concreti che possediamo, pregare per la guarigione non dovrebbe sostituire una terapia efficace; pregare per essere protetti da un pericolo non dovrebbe sostituire comportamenti prudenti; pregare affinché un problema economico scompaia non dovrebbe impedirci di affrontarlo.
La speranza può accompagnare l'azione, ma quando viene utilizzata per evitare la realtà rischia di diventare una forma di passività.
Esiste invece una domanda capace di trasformare profondamente il modo di pregare: «Dopo questa preghiera, che cosa posso fare?».
A volte la risposta sarà molto concreta, altre volte sarà soltanto aspettare, accettare, accompagnare qualcuno, sopportare un'incertezza o riconoscere che non possediamo alcun controllo sull'esito.
Anche questa è una risposta, responsabilità non significa credere di poter governare tutto; significa riconoscere con precisione la parte che ci appartiene senza pretendere di controllare quella che non ci appartiene.
Puoi allora trasformare alcune richieste in domande rivolte anche a te stesso: «Dammi pazienza» può diventare «come posso comportarmi oggi con maggiore pazienza?».
«Fammi trovare la strada» può diventare «quali possibilità non sto considerando?».
«Proteggi le persone che amo» può ricordarti di prenderti cura di loro mentre sono presenti.
«Aiutami a cambiare» può condurti alla domanda più difficile: «quale azione concreta continuo a rimandare pur sapendo che dovrei compierla?».
Forse esiste qualcuno che ascolta le preghiere e forse alcune domande sull'esistenza rimarranno oltre ciò che possiamo verificare, ma esiste almeno un ascoltatore del quale possiamo essere ragionevolmente certi: mentre preghi, anche tu stai ascoltando ciò che dici.
Per questo, quando alzi gli occhi verso il cielo per chiedere che qualcosa cambi, ricordati anche di riabbassarli verso la terra per vedere quale parte di quel cambiamento può cominciare dalle tue mani.
Preghiera Naturosophica
«Io mi rivolgo alla parte più profonda di me, a quell'Io silenzioso che, nel linguaggio della Naturosophia, posso chiamare Essenza, Coscienza, Assoluto, Essere Ancestrale, Eleydon.
Io sono vita che per un tempo limitato prende coscienza di sé attraverso questo corpo, questa mente, questa storia e questo nome.
Io sono parte della Natura e la Natura è presente in me; gli elementi che compongono il mio corpo appartengono alla stessa realtà della quale fanno parte gli altri esseri viventi, la Terra e il Cosmo.
Nel linguaggio simbolico di questa preghiera io sono l'Uno che contempla la molteplicità, l'Essere che incontra il divenire, la coscienza che attraversa gli opposti dell'esistenza.
Io sono la vita che conosce anche la morte.
Io sono il presente che porta con sé la memoria del passato e l'immaginazione del futuro.
Io sono la salute che può incontrare la malattia, la forza che può conoscere la fragilità, la felicità che può attraversare la sofferenza, la pace che può incontrare il caos, la conoscenza che può attraversare l'ignoranza, la libertà possibile che può conoscere il peso dei propri condizionamenti.
Io sono l'essere umano che desidera il Bene-Essere e che, proprio perché può conoscere anche il Male-Essere, deve imparare a distinguerli attraverso le conseguenze che producono nella vita.
Io non nego la paura, la rabbia, il dolore, il desiderio, l'egoismo, l'invidia o il senso di colpa; riconosco che appartengono alle possibilità della psiche umana e proprio per questo scelgo di osservarli affinché non diventino inconsapevolmente i miei padroni.
Io sono manifesto, qui e ora, come individuo umano con il nome di …
Questa è la mia forma presente, la mia storia irripetibile, il tempo attraverso il quale sto vivendo questa esperienza.
Non so con certezza che cosa precedesse la mia esistenza individuale e non pretendo di sapere che cosa seguirà la mia morte; so però che questo momento esiste, che questa vita sta accadendo e che il tempo che possiedo non è infinito, per questo scelgo di viverlo.
Io sono Maestro di me stesso nella misura in cui imparo a governare ciò che può essere governato e allievo della realtà ogni volta che essa dimostra che devo correggermi.
Io sono il senza maestro che cerca nella Natura, nell'esperienza, nella conoscenza e nella Ragione gli strumenti attraverso i quali diventare progressivamente guida di sé stesso.
Non chiedo agli dèi ciò che posso procurarmi attraverso le mie capacità.
Non chiedo al destino ciò che può essere costruito dalle mie azioni.
Non chiedo all'Universo di compiere il lavoro che appartiene alle mie mani.
Non chiedo alla preghiera di sostituire la conoscenza, la medicina, il lavoro, la prudenza, il coraggio, la disciplina o l'aiuto degli altri.
Quando ciò che desidero dipende da me, agirò.
Quando dipende anche dagli altri, collaborerò e chiederò aiuto.
Quando non dipende da me, imparerò per quanto possibile ad accettarlo.
Io mi benedico, non come essere onnipotente, ma come essere vivente degno della propria cura.
Benedico il mio corpo affinché io ricordi di proteggerlo.
Benedico la mia mente affinché io ricordi di educarla.
Benedico la mia Ragione affinché io abbia il coraggio di utilizzarla anche contro le convinzioni che amo.
Benedico la mia vita affinché io non dimentichi di viverla mentre aspetto che diventi diversa.
Invoco simbolicamente l'Orefiamma, la forza trasformativa della mia coscienza e della mia volontà, affinché illumini ciò che normalmente preferisco non vedere.
Non comando ai miei pensieri di scomparire, perché so che la mente non obbedisce sempre ai comandi.
Comando invece a me stesso di non alimentare inutilmente ciò che mi distrugge.
Che il pensiero venga osservato prima di essere creduto.
Che l'emozione venga ascoltata prima di diventare azione.
Che la parola venga scelta prima di essere pronunciata.
Che il desiderio venga misurato prima di essere inseguito.
Che l'abitudine venga giudicata attraverso le conseguenze che produce.
Io riconosco i miei Demoni interiori.
Riconosco il Demone della Paura quando mi impedisce di vivere ciò che ragionevolmente potrei affrontare.
Riconosco il Demone dell'Ira quando tenta di trasformare un momento di rabbia in parole e azioni che potrebbero sopravvivere all'emozione che le ha generate.
Riconosco il Demone della Superbia quando preferisco difendere il mio errore piuttosto che pronunciare: “Ho sbagliato.
Riconosco il Demone dell'Invidia quando il bene degli altri diventa per me motivo di sofferenza.
Riconosco il Demone dell'Avidità quando ciò che possiedo non riesce più a generare sufficienza.
Riconosco il Demone della Lussuria quando il desiderio perde misura e pretende di governare la Ragione.
Riconosco il Demone del Rancore quando continuo a portare dentro di me una persona o un evento che vorrei invece lasciare nel passato.
Riconosco il Demone della Procrastinazione quando conosco ciò che devo fare e continuo a rimandarlo.
Riconosco il Demone dell'Illusione quando preferisco ciò che mi rassicura a ciò che i fatti mi mostrano.
Riconosco il Demone dell'Approvazione quando consegno agli altri il potere di decidere quanto valgo.
A questi Demoni non ordino magicamente di cessare di esistere.
Ordino a me stesso di smettere di alimentarli.
Praecipio daemonibus in Psyche mea, ut discedant a me.
Lo pronuncio come formula simbolica di separazione: riconosco queste forze dentro la mia psiche, ma non concedo loro automaticamente il diritto di governarla.
Io sono la persona che può osservare la paura senza essere soltanto paura.
Posso osservare la rabbia senza essere soltanto rabbia.
Posso provare desiderio senza essere soltanto desiderio.
Posso avere un pensiero senza essere obbligato a considerarlo vero.
Posso avere sbagliato senza essere condannato a continuare a sbagliare.
Posso essere stato ciò che ero senza essere obbligato a rimanerlo.
Io sono cambiamento.
Io sono gradualità.
Io sono la possibilità di imparare.
Io sono la possibilità di correggere la direzione.
Io sono la possibilità di ricominciare.
Non chiedo una vita senza difficoltà, chiedo a me stesso di diventare più capace di attraversarle.
Non chiedo di non provare paura, chiedo di non permettere alla paura di scegliere sempre al mio posto.
Non chiedo di non soffrire mai, chiedo di non aggiungere alla sofferenza inevitabile quella che costruisco inutilmente attraverso illusioni, interpretazioni e comportamenti dannosi.
Non chiedo che ogni persona mi ami, chiedo di imparare a riconoscere chi merita il mio amore e di non perdere me stesso nel tentativo di essere amato da tutti.
Non chiedo che ogni persona mi comprenda, chiedo di imparare a comprendere meglio me stesso e a esprimere con maggiore chiarezza ciò che penso.
Non chiedo di avere sempre ragione, chiedo di avere abbastanza amore per la verità da cambiare idea quando i fatti dimostrano che ho torto.
Non chiedo di conoscere ogni risposta, chiedo di conservare abbastanza curiosità per continuare a fare domande e abbastanza umiltà per pronunciare serenamente: “Non lo so”.
Non chiedo ricchezza senza causa, chiedo lucidità per creare valore, disciplina per amministrare ciò che possiedo e misura per comprendere quando ciò che ho è sufficiente.
Non chiedo salute come premio, chiedo saggezza per fare ciò che ragionevolmente può proteggerla e forza per affrontare ciò che non posso impedire.
Non chiedo amore come diritto, chiedo di diventare capace di costruire relazioni nelle quali libertà, rispetto, desiderio e reciprocità possano convivere.
Non chiedo più tempo, chiedo di non sprecare inutilmente quello che possiedo.
Quando sarò felice, ricordami di esserci.
Quando amerò, ricordami che amare non significa possedere.
Quando perderò qualcosa, ricordami che il cambiamento appartiene alla vita.
Quando avrò successo, ricordami la misura.
Quando fallirò, ricordami che un risultato descrive ciò che è accaduto, non necessariamente tutto ciò che sono.
Quando sarò solo, ricordami che posso imparare a essere compagnia di me stesso.
Quando sarò circondato dagli altri, ricordami di non perdere la mia individualità.
Quando parlerò, ricordami il valore delle parole.
Quando non avrò nulla di utile da dire, ricordami il valore del silenzio.
Quando pregherò, ricordami il valore dell'azione.
Io non sono onnipotente.
Non sono onnisciente.
Non sono libero da ogni condizionamento.
Non possiedo tutte le risposte.
Non posso controllare il mondo.
Ed è proprio riconoscendo questi limiti che posso cominciare a utilizzare meglio ciò che realmente possiedo.
Posso osservare.
Posso ragionare.
Posso imparare.
Posso scegliere entro i miei limiti.
Posso chiedere aiuto.
Posso collaborare.
Posso correggermi.
Posso perseverare.
Posso cambiare alcune abitudini.
Posso abbandonare alcune illusioni.
Posso costruire qualcosa che oggi ancora non esiste.
Non posso governare tutto ciò che accadrà, ma posso partecipare alla costruzione di una parte di ciò che accadrà.
Non posso impedire al tempo di trascorrere, ma posso decidere meglio a che cosa consegnarlo.
Non posso obbligare gli altri ad amarmi, rispettarmi o comprendermi, ma posso scegliere chi diventare e quali relazioni continuare ad alimentare.
Non posso eliminare ogni sofferenza dalla mia vita, ma posso evitare di costruirne inutilmente altra.
Non posso promettermi l'immortalità.
Posso ricordarmi di vivere.
Nel linguaggio simbolico della Naturosophia io sono l'Eleydon che contempla sé stesso attraverso questa vita, l'Essere Ancestrale che riconosce nell'individuo una delle infinite forme attraverso le quali la Natura diventa cosciente di sé.
Non so se questa immagine descriva metafisicamente l'Universo, so che può ricordarmi qualcosa di vero sulla mia condizione: io appartengo alla Natura, non sono separato dalla realtà e ciò che faccio produce conseguenze dentro il mondo del quale faccio parte.
Io sono contemporaneamente allievo e maestro di me stesso.
La Natura è la mia Maestra impersonale.
La realtà è il mio giudice.
L'esperienza è il mio laboratorio.
La Ragione è la mia guida.
Il dubbio è la mia difesa contro il dogma.
Il benessere è la direzione verso la quale scelgo di orientare la mia vita.
Per questo ordino alla mia manifestazione individuale, che porta il nome di … di non alimentare volontariamente ciò che riconosce come contrario al proprio Bene-Essere e di costruire progressivamente un paradigma di vita fondato sulla realtà, sulla conoscenza, sulla misura, sulla salute, sulla responsabilità, sulla serenità, sulla prosperità possibile, sull'amore, sulla pace interiore e sull'equilibrio fra sé stesso, gli altri e l'ambiente nel quale vive.
Non chiedo all'Eleydon di salvarmi da me stesso, lo invoco affinché mi ricordi che una parte della mia liberazione dipende anche da me.
Non chiedo all'Orefiamma di bruciare magicamente i miei Demoni, la invoco come simbolo della luce attraverso la quale posso riconoscerli e della volontà attraverso la quale posso smettere di nutrirli.
Non chiedo alla Natura di violare le proprie leggi per soddisfare i miei desideri, chiedo a me stesso di conoscere meglio quelle leggi e di imparare, per quanto possibile, a vivere in accordo con la realtà.
Non chiedo alla vita di essere perfetta, chiedo di imparare l'arte del buon vivere dentro la vita reale.
Io sono qui, sono vivo e sono presente, e finché sarò vivo possiederò almeno una possibilità: cercare, fra quelle realmente disponibili, la scelta migliore che sono capace di compiere.
In pace vivrò, per quanto dipenderà da me.
Con Ragione sceglierò, per quanto saprò comprendere.
Con coraggio agirò, per quanto potrò fare.
Con umiltà accetterò ciò che supera il mio potere.
E quando comprenderò di avere sbagliato, cambierò direzione.
Così scelgo.
Così agisco.»
Dalla preghiera all'azione
Terminata la preghiera, non alzarti immediatamente, rimani qualche istante nel silenzio e individua il tuo “Demone” del momento: non necessariamente il più grave della tua vita, ma quello che in questo periodo sta sottraendo maggiormente benessere alla tua esistenza.
Dagli un nome: paura, procrastinazione, rancore, eccesso, dipendenza dall'approvazione, ira, gelosia, disordine, pigrizia, avidità o qualunque altra forza tu riconosca concretamente nei tuoi comportamenti.
Poi non limitarti a comandargli di scomparire, comanda a te stesso: «Come lo sto alimentando?».
È questa la domanda che trasforma l'antico esorcismo in una pratica razionale di auto-liberazione.
Se il tuo Demone è la procrastinazione, scegli un'azione e cominciala oggi; se è il rancore, decidi quale comportamento smetterà di alimentarlo; se è la paura, individua il più piccolo passo ragionevole che puoi compiere nonostante essa; se è l'avidità, stabilisci che cosa per te possa significare sufficienza; se è l'approvazione, fai qualcosa di importante senza raccontarlo a nessuno.
Completa infine questa frase:
«Oggi la mia preghiera diventerà azione attraverso.»
Poi alzati e fallo, perché la preghiera naturosophica non dovrebbe terminare soltanto con «così sia», ma dovrebbe continuare con: «Adesso agisco».
Prima di cercare fuori di te ciò che possa salvarti, scopri ciò che puoi sviluppare dentro di te; quando le tue risorse non bastano, cerca negli altri conoscenza, competenza, cooperazione e aiuto; quando neppure questo può modificare la realtà, riconosci serenamente il limite della condizione umana.
Non sappiamo con certezza se esista qualcosa oltre di noi che ascolti le nostre preghiere e la Naturosophia non deve inventare una certezza dove la certezza non esiste.
Sappiamo però qualcosa di molto più vicino, quando pronunciamo consapevolmente una preghiera, noi possiamo ascoltarla; quando ciò che ascoltiamo diventa comprensione, la comprensione può diventare scelta; quando la scelta diventa comportamento e il comportamento viene ripetuto nel tempo, una parte della nostra vita può realmente cambiare.
A quel punto la preghiera non ha piegato magicamente l'Universo alla nostra volontà, ma ha contribuito a cambiare il modo in cui noi partecipiamo all'Universo, ed è proprio lì, nel punto in cui termina la richiesta e comincia la responsabilità, che la preghiera incontra finalmente la Ragione.

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