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31. La Fede: "Credere oltre ciò che puoi dimostrare non significa rinunciare alla Ragione".

Immagine del redattore: Francesco Riggio
Francesco Riggio
4 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min


31. La Fede

Credere oltre ciò che puoi dimostrare non significa rinunciare alla Ragione.

 

«La fede comincia dove la certezza finisce, ma non tutto ciò che crediamo senza certezza merita la stessa fiducia.» Il Libro Ancestrale.

 

«Puoi vivere senza certezze assolute, ma difficilmente puoi vivere senza affidarti, almeno in parte, a qualcosa che non hai verificato personalmente.» Il Libro Ancestrale.

 

La fede viene comunemente associata alla religione, ma il fenomeno umano dell'affidarsi a qualcosa che non possiamo conoscere con assoluta certezza è molto più ampio.


Viviamo continuamente prendendo decisioni sulla base di informazioni incomplete: confidiamo che una persona manterrà una promessa, che un progetto possa riuscire, che domani saremo ancora qui per continuare ciò che abbiamo iniziato, e che molte conoscenze ricevute dagli altri siano sufficientemente affidabili.


Non possiamo verificare personalmente tutto ciò che sappiamo, né conoscere anticipatamente tutte le conseguenze delle nostre azioni, in questo senso una componente di fiducia è inevitabile, sarebbe però utile distinguere la fede religiosa dalla fiducia razionale, perché entrambe implicano un affidamento, ma non possiedono necessariamente lo stesso fondamento.


La fede religiosa consiste generalmente nell'accettare convinzioni riguardanti Dio, divinità, rivelazioni, vita dopo la morte o altre realtà trascendenti che non possono essere dimostrate nello stesso modo in cui verifichiamo un fenomeno naturale.


Per il credente questa fede può assumere un valore profondo: può offrire speranza, significato, consolazione, appartenenza e una struttura attraverso la quale interpretare l'esistenza.


Non dobbiamo negare queste funzioni per riconoscere che la forza psicologica di una convinzione non costituisce una prova della sua verità, credere sinceramente che qualcosa esista e sapere che esiste sono condizioni differenti.


La fede può essere una scelta personale legittima, purché non venga presentata come conoscenza dimostrata quando le prove necessarie non sono disponibili.


Si potrebbe obiettare che anche la scienza richiede fede, l'affermazione contiene una parte di verità, ma occorre evitare un'equivalenza impropria: nessuno scienziato verifica personalmente ogni esperimento sul quale si fonda la propria disciplina e nessun individuo può ripercorrere autonomamente l'intera storia della conoscenza.


Dobbiamo inevitabilmente affidarci al lavoro precedente, agli strumenti, alle misurazioni, alle pubblicazioni e alle competenze di altre persone, ma questa è più propriamente fiducia, non fede nel significato religioso del termine.


La fiducia scientifica dovrebbe essere proporzionata alle prove e rimanere, almeno in linea di principio, correggibile, un risultato può essere controllato, un esperimento ripetuto, una misurazione contestata e una teoria modificata quando emergono evidenze migliori.


Anche la scienza parte da alcuni presupposti metodologici, per esempio che l'osservazione e la ragione possano fornirci informazioni sul mondo e che sia possibile individuare regolarità nella Natura, ma questi presupposti non funzionano come verità rivelate intoccabili: vengono giustificati anche dalla loro capacità di produrre conoscenze verificabili, previsioni e applicazioni che continuano a confrontarsi con la realtà.


La differenza fondamentale non consiste quindi nel fatto che una persona religiosa «creda» mentre uno scienziato «non creda mai», ma nel tipo di credenza, nelle ragioni che la sostengono e soprattutto nelle condizioni alle quali siamo disposti a correggerla.


Una convinzione che nessuna osservazione potrebbe mai modificare appartiene a una categoria diversa da una conclusione mantenuta finché le evidenze continuano a sostenerla.


La stessa distinzione vale nella vita quotidiana, quando saliamo su un ponte non ne verifichiamo personalmente i calcoli strutturali; quando assumiamo un farmaco non ripetiamo gli studi clinici; quando leggiamo che la Terra possiede una determinata età non eseguiamo personalmente tutte le misurazioni che hanno portato a quella conclusione.


Ci affidiamo a reti di competenza e conoscenza, questa fiducia non deve essere cieca: può essere maggiore quando esistono metodi trasparenti, controlli indipendenti, convergenza delle evidenze e possibilità di correzione, e minore quando una fonte pretende semplicemente di essere creduta.


Anche il futuro richiede una forma di fiducia, nessuno può dimostrare che un progetto al quale dedica anni riuscirà, che una relazione durerà o che uno sforzo produrrà esattamente il risultato sperato.


Se pretendessimo certezza prima di agire, molte azioni umane diventerebbero impossibili, in questo senso possiamo avere «fede» in noi stessi, in una persona o in un progetto, purché comprendiamo che stiamo utilizzando il termine nel significato di fiducia e speranza, non di conoscenza.


Possiamo camminare verso qualcosa senza sapere con certezza se la raggiungeremo, la Ragione non elimina questa incertezza: ci aiuta a scegliere dove sia più sensato riporre la nostra fiducia.


Ma è possibile vivere senza fede nel soprannaturale?


Sì, non possedere una fede religiosa non impedisce di avere valori, speranza, significato, etica o spiritualità.


Come abbiamo visto nel capitolo precedente, può esistere una spiritualità laica fondata sulla meraviglia davanti all'esistenza, sulla contemplazione della Natura, sulla consapevolezza della nostra appartenenza alla vita, sulla ricerca del Bene-Essere e sul rapporto equilibrato e rispettoso con gli altri.


Possiamo osservare un cielo stellato e sentirci profondamente partecipi dell'Universo senza dover stabilire che esso sia stato creato per noi; possiamo riconoscere il valore della vita senza sapere se continuerà dopo la morte; possiamo amare senza credere che l'amore sia un'energia cosmica e coltivare speranza senza trasformarla in una profezia.


La Naturosophia non richiede quindi fede nel soprannaturale e non pretende che il Naturosopho debba credere in ciò che non può essere dimostrato, allo stesso tempo, non trasforma l'assenza di prove in una prova di inesistenza.


Davanti alle questioni che rimangono realmente aperte può mantenere una posizione di sospensione del giudizio: “non sappiamo”; questa risposta non impoverisce necessariamente la spiritualità, può renderla più libera, perché permette di contemplare il mistero senza sentirsi obbligati a riempirlo con una spiegazione.


Possiamo inoltre rispettare la fede altrui senza doverla condividere, la libertà di pensiero comprende tanto il diritto di credere quanto quello di non credere, purché le convinzioni personali non vengano utilizzate per sottrarre agli altri la stessa libertà.


Una fede può diventare problematica quando pretende di essere immune dalla critica, quando sostituisce le prove in questioni nelle quali le prove sono disponibili o quando autorizza qualcuno a imporre agli altri ciò che essi devono credere e come devono vivere.


Non dobbiamo quindi scegliere semplicemente tra fede e assenza di fede, ma dobbiamo imparare a distinguere fede, speranza, fiducia e conoscenza.


Possiamo avere fiducia quando esistono buone ragioni, sperare quando il futuro rimane incerto, credere personalmente quando riconosciamo di stare credendo e dire «non lo so» quando la conoscenza termina.


Il Naturosopho non ha bisogno di credere senza prove per vivere con profondità, può affidarsi alla vita senza inventarne il destino, coltivare speranza senza trasformarla in certezza e conservare meraviglia davanti a ciò che ancora non conosce.


La fede può accompagnare l'uomo oltre i confini della certezza; la saggezza consiste nel ricordare quando abbiamo oltrepassato quei confini.



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