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32. Dio: "Distingui ciò che crediamo da ciò che possiamo conoscere".

Immagine del redattore: Francesco Riggio
Francesco Riggio
2 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

32. Dio

Distingui ciò che crediamo da ciò che possiamo conoscere.

 

«Ciò che può essere affermato senza prove può essere respinto senza prove.» Christopher Hitchens.

 

«Puoi contemplare la possibilità di Dio senza trasformare una possibilità metafisica in una certezza che non possiedi.» Il Libro Ancestrale.

 

Poche parole hanno attraversato la storia umana con la stessa forza della parola “Dio”, intorno ad essa sono nate religioni, filosofie, civiltà, opere d'arte, sistemi morali, guerre, conversioni, preghiere e interrogativi che accompagnano l'essere umano da millenni.


Per alcuni Dio è una persona trascendente che crea il mondo, ascolta le preghiere e interviene nella storia; per altri è il fondamento impersonale dell'essere, l'ordine della Natura, la totalità dell'esistente, una mente cosmica, il principio dal quale tutto deriva, oppure una realtà che supera qualsiasi definizione.


Per altri ancora Dio non esiste o rappresenta una costruzione culturale attraverso la quale l'umanità ha cercato di spiegare il mondo e affrontare il mistero dell'esistenza.


Prima ancora di domandarci se Dio esista, quindi, dovremmo chiarire che cosa intendiamo quando utilizziamo questa parola.


La domanda «Dio esiste?» sembra semplice, ma può nascondere domande profondamente differenti.


Stiamo chiedendo se esista un essere personale separato dall'universo?


Se l'universo abbia una causa intenzionale?


Se esista una realtà fondamentale che possiamo chiamare divina?


Se la Natura stessa possa essere identificata filosoficamente con Dio?


Se esista una coscienza universale?


Queste ipotesi non sono equivalenti e non possono essere confermate o respinte tutte attraverso lo stesso argomento; discutere dell'esistenza di Dio senza definirne almeno approssimativamente il significato rischia quindi di produrre un confronto nel quale persone differenti utilizzano la stessa parola per indicare realtà diverse.


La prima distinzione necessaria è quella tra credenza e conoscenza, una persona può credere sinceramente in Dio sulla base della fede, dell'educazione ricevuta, di un'esperienza personale, di un ragionamento filosofico o della percezione di un ordine nell'universo, un'altra può non credere perché considera insufficienti le prove disponibili, oppure ritiene più plausibile una spiegazione naturalistica della realtà.


Entrambe possiedono il diritto di costruire la propria posizione; ciò che cambia è il grado con cui quella posizione può essere presentata come conoscenza verificata.


Credere non significa necessariamente sapere, ma neppure non credere significa necessariamente aver dimostrato l'inesistenza di ciò in cui altri credono.


La scienza moderna ha progressivamente spiegato moltissimi fenomeni che in passato venivano attribuiti direttamente all'intervento divino: fulmini, malattie, terremoti, movimenti celesti, origine delle specie e numerosi altri aspetti della Natura possono oggi essere studiati attraverso processi fisici, chimici e biologici senza dover introdurre necessariamente un agente soprannaturale nella spiegazione.


Questo rappresenta un risultato fondamentale della conoscenza, ma non equivale automaticamente alla dimostrazione che nessuna forma di Dio possa esistere, dimostra piuttosto che, per spiegare quei fenomeni specifici, possediamo modelli naturali che non richiedono quell'ipotesi.


Proprio per questo è prudente evitare il cosiddetto «Dio delle lacune»: utilizzare Dio come spiegazione di tutto ciò che ancora non comprendiamo; se non sappiamo come abbia avuto origine qualcosa e concludiamo immediatamente «quindi Dio», abbiamo trasformato la nostra ignoranza in una prova, ma ciò che oggi non sappiamo potrebbe essere compreso domani attraverso processi naturali, come è già accaduto molte volte nella storia.


Il mistero può legittimamente generare una domanda metafisica, ma non fornisce automaticamente la risposta.


La questione diventa ancora più profonda quando arriviamo all'esistenza stessa dell'universo.


Perché esiste qualcosa invece del nulla?


Perché la realtà possiede determinate leggi?


Esiste una causa ultima, oppure la richiesta di una causa oltre un certo punto perde significato?


L'universo ha avuto un'origine assoluta, oppure ciò che chiamiamo origine rappresenta soltanto il limite oltre il quale i nostri modelli attuali non possono ancora descrivere adeguatamente la realtà?


Sono domande enormi, sulle quali: fisica, cosmologia e filosofia possono offrire strumenti e ipotesi, ma sarebbe imprudente fingere di possedere risposte definitive dove ancora non le possediamo.


Anche l'argomento secondo cui ogni cosa deve avere una causa e quindi l'universo deve essere stato causato da Dio richiede attenzione; se affermiamo che tutto deve necessariamente avere una causa, qualcuno potrebbe legittimamente domandare quale sia la causa di Dio, se invece definiamo Dio come una realtà che non necessita di causa, abbiamo già ammesso che almeno qualcosa possa esistere senza una causa precedente e dobbiamo spiegare perché quella possibilità debba appartenere a Dio e non, per esempio, alla realtà fondamentale dell'universo.


Questo non dimostra che Dio non esista, mostra soltanto che la domanda non può essere risolta attraverso una formula troppo semplice.


Esiste poi un'altra possibilità: utilizzare la parola Dio non per indicare un essere soprannaturale separato dalla natura, ma la natura stessa, la totalità dell'esistente o il principio fondamentale della realtà.


È una concezione che ricorda, pur con importanti differenze interpretative, il pensiero di Spinoza, nel quale Dio e Natura sono strettamente identificati.


Se chiamiamo Dio la totalità della Natura, non dobbiamo più dimostrare che la Natura esista; dobbiamo invece domandarci se sia filosoficamente utile chiamarla Dio e quali caratteristiche stiamo realmente attribuendo a quella parola; la questione diventa allora anche semantica e filosofica, non semplicemente empirica.


Una visione naturalistica di Dio può suscitare un sentimento autenticamente spirituale, considerare sacra la Natura però non significa necessariamente attribuirle intenzioni, pensieri o poteri soprannaturali, può più semplicemente significare riconoscere che apparteniamo a una realtà immensamente più vasta di noi, dalla quale dipendiamo e della quale siamo temporaneamente una parte.


Gli atomi del nostro corpo, l'acqua che beviamo, l'ossigeno che respiriamo e l'energia che rende possibile la vita appartengono alla stessa natura che osserviamo fuori di noi, in questo senso la separazione assoluta tra «noi» e «il mondo» è in parte un'astrazione: siamo una configurazione della Natura capace, per un certo tempo, di osservare la sé stessa.


Attenzione: dire che siamo parte della Natura è un'affermazione compatibile con la conoscenza scientifica; ma dire che la Natura ci ama, possiede uno scopo morale o ha progettato personalmente la nostra esistenza introduce caratteristiche ulteriori che richiederebbero altre ragioni, la Naturosophia ci insegna che la Natura può essere contemplata senza essere antropomorfizzata.


Lo stesso rigore dovrebbe essere utilizzato nei confronti dell'ateismo, non trovare prove sufficienti per credere in un determinato Dio è differente dal poter dimostrare che nessuna realtà definibile come divina possa esistere in alcuna forma.


L'agnosticismo, inteso semplicemente come riconoscimento dei limiti della conoscenza, non è necessariamente indecisione: può essere precisione, questo non impedisce a ciascuno di assumere una posizione personale, infatti, possiamo essere credenti, atei, agnostici, panteisti o continuare a cercare senza riconoscerci completamente in nessuna definizione.


La maturità consiste nel sapere quale parte della nostra posizione deriva da evidenze, quale da argomentazioni filosofiche, quale dalla fede, quale dall'esperienza personale e quale rimane semplicemente una possibilità.


Quando queste categorie vengono confuse, la convinzione personale rischia di presentarsi come conoscenza universale.


Anche se ottenessimo una risposta metafisica definitiva sull’esistenza di Dio, dovremmo ancora domandarci come vivere, credere in Dio non rende automaticamente una persona buona, così come non credervi non la rende automaticamente priva di valori.


La qualità di un essere umano continua a manifestarsi nelle sue azioni, nel modo in cui tratta gli altri, nella responsabilità che assume e nelle conseguenze che produce, nessuna dichiarazione metafisica dovrebbe diventare un alibi per sottrarsi alla realtà concreta della vita.


Forse un giorno comprenderemo aspetti dell'universo che oggi non possiamo nemmeno formulare; forse alcune domande continueranno invece a oltrepassare i confini della conoscenza umana.


Non dobbiamo avere fretta di riempire questo spazio, possiamo lasciare una domanda aperta senza considerarla vuota, possiamo contemplare il mistero senza inginocchiarci davanti alla prima spiegazione che pretende di risolverlo.


Se credi in Dio, non avere paura di interrogare la tua fede: ciò che possiede valore non dovrebbe aver bisogno dell'ignoranza per sopravvivere, mentre se non credi, non trasformare automaticamente ciò che non puoi dimostrare in qualcosa che ritieni definitivamente impossibile.


In entrambi i casi, conserva l'umiltà davanti a una realtà immensamente più grande della parte che siamo riusciti a comprendere.


Forse la domanda più saggia non è soltanto «Dio esiste?», ma anche «che cosa posso realmente sapere quando pronuncio la parola Dio?».


Tra fede e negazione esiste uno spazio prezioso nel quale la Ragione può ancora pronunciare le parole più difficili e più oneste: non lo so.



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