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41. Autenticità: "Non vivere soltanto la vita che gli altri si aspettano".

Immagine del redattore: Francesco Riggio
Francesco Riggio
1 giorno fa
Tempo di lettura: 6 min

41. Autenticità

Non vivere soltanto la vita che gli altri si aspettano.

 

«Diventa ciò che sei.» Friedrich Nietzsche.

 

«Puoi trascorrere un'intera vita cercando di essere la persona che gli altri approvano, e accorgerti troppo tardi di non aver mai scoperto chi avresti scelto di essere.» Il Libro Ancestrale.

 

Nessun essere umano costruisce sé stesso completamente da solo, prima ancora di poter scegliere consapevolmente chi diventare, riceviamo un nome, una lingua, un'educazione, valori, aspettative, modelli di comportamento e definizioni di ciò che dovrebbe essere considerato successo, fallimento, normalità, rispettabilità, felicità.


Impariamo che alcune scelte vengono premiate e altre criticate; osserviamo ciò che rende orgogliosi i nostri genitori, ciò che viene ammirato dal gruppo, ciò che suscita approvazione o vergogna.


Tutto questo è inevitabile e in parte necessario: senza cultura e relazioni non esisterebbe nemmeno la persona dalla quale pretendiamo autenticità, il problema nasce quando continuiamo a vivere secondo aspettative ricevute senza domandarci se siano diventate anche le nostre.


Possiamo scegliere un lavoro perché è considerato prestigioso, costruire una famiglia perché «alla nostra età si fa così», acquistare oggetti per dimostrare di aver raggiunto una determinata posizione, mantenere relazioni che non desideriamo perdere soltanto per paura del giudizio, adottare opinioni perché appartengono al nostro ambiente, modificare il corpo per adeguarlo a un modello dominante o rinunciare a un progetto perché le persone intorno a noi non riescono a comprenderlo.


Nessuna di queste scelte è necessariamente sbagliata, il problema non è fare ciò che fanno gli altri, è non sapere più se lo stiamo facendo perché lo vogliamo, oppure perché abbiamo imparato a voler essere approvati.


L'autenticità non consiste quindi nell'essere diversi, anche questa può diventare una forma di dipendenza dagli altri, infatti, se scegli deliberatamente il contrario di ciò che la società si aspetta soltanto per sentirti anticonformista, continui a permettere agli altri di determinare la tua direzione: loro indicano una strada e tu sei costretto a prendere quella opposta.


Essere autentici significa poter scegliere una strada convenzionale oppure insolita per ragioni che riconosci come tue, dopo averle esaminate con sufficiente libertà.


Non significa nemmeno «fare sempre ciò che senti», i desideri sono una parte di noi, ma non rappresentano automaticamente la nostra parte migliore, possiamo desiderare qualcosa impulsivamente e sapere, riflettendo, che ci danneggerà.


Essere autentici non significa obbedire a ogni emozione, ma cercare coerenza tra ciò che comprendiamo, ciò che consideriamo importante e il modo in cui scegliamo di vivere.


L'autenticità richiede perciò conoscenza di sé, e conoscere sé stessi è più difficile di quanto sembri. Molti desideri che consideriamo spontanei sono stati modellati dall'ambiente: pubblicità, famiglia, cultura, religione, scuola, classe sociale e gruppi di appartenenza contribuiscono a costruire ciò che immaginiamo desiderabile.


Anche quando crediamo di scegliere liberamente, spesso scegliamo tra possibilità che abbiamo imparato a riconoscere attraverso gli altri, questo non rende falsa ogni preferenza, significa semplicemente che l'identità non viene scoperta come un oggetto nascosto dentro di noi, in parte viene costruita, sperimentata e continuamente corretta.


Per questo una domanda può essere particolarmente utile: “se nessuno potesse vedere questa scelta, la vorrei ancora?”.


Se nessuno sapesse quale automobile possiedi, quale lavoro svolgi, dove trascorri le vacanze, quanto guadagni, come è arredata la tua casa o quali risultati hai raggiunto, desidereresti ancora le stesse cose?


In molti casi la risposta sarà sì, ed è perfettamente legittimo, in altri potremmo scoprire che una parte considerevole del valore attribuito a qualcosa dipende dallo sguardo degli altri.


Anche questo non rende automaticamente sbagliato quel desiderio: siamo esseri sociali e il riconoscimento possiede un valore reale, ma sapere quanto una scelta dipenda dall'approvazione ci permette almeno di compierla consapevolmente.


Il bisogno di appartenenza può essere particolarmente potente perché per gran parte della storia umana essere esclusi dal gruppo poteva avere conseguenze gravissime, non sorprende quindi che il giudizio sociale possieda ancora tanta forza.


Essere criticati, rifiutati o ridicolizzati può fare male anche quando sappiamo razionalmente di avere il diritto di vivere diversamente, l'autenticità, dunque, non consiste nel diventare immuni al giudizio; consiste nel non permettere che la paura del giudizio possieda sempre l'ultima parola.


Questo comporta inevitabilmente un prezzo, ogni volta che mostriamo agli altri chi siamo realmente qualcuno potrebbe allontanarsi.


Una persona che ci apprezzava finché interpretavamo il ruolo che desiderava potrebbe non gradire la nostra trasformazione, alcune relazioni sopravvivono proprio perché nessuno modifica il copione, e quando uno dei protagonisti comincia a cambiare, l'equilibrio viene messo alla prova.

Ma esiste anche il prezzo dell'inautenticità, meno immediato e per questo spesso ignorato.


Ogni volta che diciamo sì quando vorremmo ragionevolmente dire no, fingiamo interesse per essere accettati, nascondiamo continuamente una parte importante di noi o inseguiamo obiettivi che non desideriamo realmente, costruiamo una distanza tra la vita vissuta e quella riconosciuta come nostra.


Se questa distanza diventa abbastanza grande, possiamo raggiungere obiettivi socialmente desiderabili e continuare a domandarci perché non ci rendano felici.


Una persona può persino diventare prigioniera della propria reputazione, dopo aver costruito per anni una determinata immagine, cambiarla può sembrare pericoloso.


«Che cosa penseranno se cambio lavoro?», «Come posso ammettere che non credo più in ciò che insegnavo?», «Che cosa diranno se lascio questa relazione?», «Come posso ricominciare dopo aver investito tanti anni?».


Più pubblicamente abbiamo interpretato un'identità, più difficile può diventare modificarla, ma la coerenza con il personaggio che eravamo ieri non dovrebbe avere automaticamente più valore della coerenza con ciò che abbiamo compreso oggi.


Autenticità significa anche accettare che possiamo cambiare, non esiste necessariamente un unico «vero te stesso» immutabile nascosto sotto tutti i condizionamenti, infatti, possiamo avere valori relativamente stabili e, nello stesso tempo, trasformarci attraverso esperienze, conoscenze e relazioni.


Ciò che desideravi a vent'anni potrebbe non essere ciò che desideri a quaranta; un progetto che un tempo rappresentava la tua identità può smettere di farlo.


Cambiare non significa necessariamente tradire sé stessi, a volte significa proprio smettere di essere fedeli a una versione di noi che non esiste più.


L'autenticità deve però convivere con la responsabilità: «Sono fatto così» non giustifica la crudeltà, l'irresponsabilità o l'incapacità di rispettare gli altri.


Una persona aggressiva non diventa autentica semplicemente esprimendo ogni impulso; una persona che ha assunto responsabilità verso altri non può cancellarle proclamando improvvisamente di voler «seguire sé stessa».


Le nostre scelte producono conseguenze, e vivere secondo i propri valori non significa considerare irrilevante la vita delle persone coinvolte.


Esiste inoltre una differenza tra adattamento e falsità percepita, non comunichiamo nello stesso modo con un bambino, un amico, un collega o uno sconosciuto; non mostriamo necessariamente ogni parte della nostra personalità in ogni ambiente, questo non ci rende automaticamente falsi, infatti, la maturità sociale richiede capacità di modulare il comportamento secondo il contesto.


L'inautenticità comincia quando l'adattamento diventa una recita permanente che ci obbliga a negare sistematicamente ciò che pensiamo, desideriamo o consideriamo importante.


Anche i social network possono rendere questo confine più difficile da vedere; quando una parte della vita viene continuamente esposta, possiamo iniziare inconsapevolmente a scegliere esperienze non soltanto per viverle, ma per mostrarle.


Il viaggio diventa anche fotografia, il pasto diventa contenuto, il successo diventa annuncio, perfino la riflessione personale può trasformarsi in costruzione dell'immagine.


Non c'è nulla di necessariamente sbagliato nel condividere la propria vita; il problema nasce quando cominciamo a vivere per alimentare la rappresentazione di noi stessi.


Ogni tanto può quindi essere utile fare qualcosa di importante senza raccontarlo a nessuno: studiare senza pubblicarlo, allenarsi senza mostrarlo, aiutare qualcuno senza ricevere riconoscimento, trascorrere un momento bello senza fotografarlo, non perché la condivisione sia sbagliata, ma perché l'assenza temporanea di pubblico permette di verificare se quell'esperienza conserva valore anche quando non produce approvazione.


Essere autentici richiede infine il coraggio di deludere alcune aspettative.


Alcune aspettative sono ragionevoli: chi ci ama può aspettarsi rispetto, chi lavora con noi si aspetta affidabilità, chi dipende dalle nostre decisioni si aspetta responsabilità, ma nessuno dovrebbe possedere automaticamente il diritto di decidere quale professione dobbiamo scegliere, quali passioni coltivare, quali idee sostenere o quale forma debba assumere l'intera nostra esistenza.


Ascolta quindi i consigli, considera l'esperienza di chi ti conosce, accetta le critiche quando contengono qualcosa di vero, impara dalla cultura nella quale sei nato senza sentirti obbligato a conservarne ogni regola; l'autenticità non richiede di chiudersi agli altri, ma che, dopo averli ascoltati, la responsabilità finale della tua vita ritorni nelle tue mani.


Non puoi impedire agli altri di avere aspettative su di te, puoi però decidere quanto potere concedere loro, perché alla fine della tua vita non sarà importante essere riuscito a interpretare perfettamente il personaggio che gli altri avevano scritto per te, ma poter riconoscere nella vita che hai vissuto almeno una parte sufficientemente grande della persona che avevi scelto di diventare.



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